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Profilo biografico-artistico

dell’Orchestra della Fondazione
Teatro Comunale di
Bologna

C’è una data nella plurisecolare vita artistica dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna dalla quale è inevitabile prendere avvio per delinearne a grandi linee un profilo storicamente e artisticamente attendibile, il 4 Febbraio 1956, anno nel quale la compagine bolognese si presenta come “Associazione Orchestra stabile di Bologna”. Per due ragioni in modo particolare.     La prima: da quel momento ha fine il periodo di precarietà nel quale si era dibattuta l’esistenza di questo organismo, che garantiva ai suoi componenti solo qualche mese all’anno di attività strutturalmente organizzata. La seconda motivazione risiede nell’acquisizione che quella data porta con sé, di una nuova coscienza professionale, di un inedito modo di ripensare la propria arte, che si farà strada a partire da quel momento nei singoli componenti che si  avvicenderanno al suo interno.  Se è vero che nella vita delle Istituzioni, così come in quella delle persone, ciò che ne determina l’anima si lega anche alla fortuna delle circostanze, degli incontri, della parti_ colarità dei messaggi che ad esse pervengono, allora possiamo ben dire che questi elementi non siano certamente mancati all’Orchestra del Teatro di Bologna.

Già dal 1953, e per quasi un ventennio, il colore e lo spirito della compagine bologneseimg2 trovano nel magistero direttoriale di Sergiu Celibidache una formidabile opportunità di crescita. Il maestro  rumeno vi dirige di tutto: Dvoràk, Tchaikovskji, Bizet accanto a Brahms e Beethoven, Haydn e gli amatissimi Ravel e Debussy.  Si intensificano le collaborazioni con interpreti di grande fascino - Arturo Benedetti Michelangeli, Nathan Milstein, Arthur Rubinstein - e si moltiplicano le occasioni di concerti anche al di  fuori dell’ambito regionale. Arrivano le prime richieste di tournée dall’estero:  Francia, Jugoslavia, Bulgaria, Germania e Svizzera sono i paesi che ospitano per primi la formazione bolognese.  E i meriti del consolidarsi di una nuova dimensione artistico- professionale per la compagine orchestrale sono senz’altro da ascrivere anche all’abilità con la quale Carlo Alberto Cappelli dirige in quegli anni il Teatro bolognese.  Occorreva consolidare quella segreta, inconfessabile aspirazione che è depositata nel cuore di ogni organismo strumentale che vive perlopiù in simbiosi con l’opera lirica: diventare anche una vera orchestra sinfonica.  Offrono aiuto in tal senso le presenze di Eugen Jochum, Tullio Serafin, Lovro von Matacic, dell’esordiente Claudio Abbado, che proprio a Bologna debutta nel 1962, di Hermann Scherchen e di Peter Maag.  La fine degli anni Sessanta va ricordata in primo luogo per la seconda edizione della Tetralogia wagneriana, temibile banco di prova per tutte le orchestre del mondo e per l’apparizione sul palcoscenico del Comunale del giovane direttore israeliano Eliahu Inbal, vincitore del Premio Cantelli, con il quale prende corpo un felice connubio che periodi_ camente si alimenta fino alla fine degli anni Novanta.

Le Feste Musicali, ideate dalla fine intelligenza musicale di Tito Gotti, dischiudono ai professori d’orchestra a partire dal 1966, e per molti anni a venire, un nuovo repertorio, quello pre-classico, sul quale si cimenteranno negli anni Settanta e Ottanta con esiti assai felici i Filarmonici del Teatro Comunale, una formazione di 13 archi, costola dell’orchestra, guidati dalla competenza e dallo scrupolo interpretativo di Angelo Ephrikian. Vedono la luce nei Settanta altre due formazioni da camera: il Quintetto di fiati Respighi e il Quintetto d’archi del Teatro. Insieme, questi gruppi rappresentano gli strumenti privilegiati dei  quali si servirà l’attività di produzione del Teatro, in modo particolare nelle scuole, nelle località di periferia, in sintonia con le nuove necessità rilevate dalle Regioni e dai Comuni, volte alla diffusione della cultura musicale colta presso  nuovi fruitori.

Dopo Celibidache, la presenza più assidua fra i direttori d’orchestra risulta essere quella di Zoltán Peskó, direttore principale dal 1974 al 1976 e presente poi a Bologna a più riprese almeno fino agli Ottanta inoltrati. Profondo conoscitore e appassionato interprete della musica del 900, il maestro  ungherese dà corpo ad alcuni titoli d’opera - l’Angelo di Fuoco di Prokof’ev e in modo particolare il Gran Macabro di Ligeti - che catalizzano su Bologna le attenzioni del mondo musicale italiano.

Tra la fine degli anni Settanta e il 1983 è Vladimir Delman ad essere chiamato, in qualità di direttore stabile dell’orchestra, ad imprimere nuovi slanci alla vita musicale bolognese. Il ciclo dell’integrale delle sinfonie di Tchaikowskji disvela al pubblico del Bibiena un temperamento musicale di grande finezza ed estrosità, che ha modo di farsi apprezzare compiutamente nelle letture sofferte delle sinfonie mahleriane e nei titoli russi da lui messi inscena: la Dama di Picche e Kovancina.

Gli anni successivi alla riapertura del Teatro, inagibile dal 1980 al 1981, regalano due titoli che segneranno nel profondo il percorso artistico del Comunale, l’Armide di Gluck per la direzione di Alan Curtis e il Doktor Faust di Ferruccio Busoni condotto da Peskó, opera con la quale Werner Herzog entra per la prima volta nel mondo  del teatro lirico. 

A partire dal 1984, la presenza sul podio di Riccardo Chailly in veste di direttore principaleimg1 determina il riproporsi di una situazione quasi analoga a quella che diede vita nel 1956 alla compagine orchestrale:  il riaffiorare del senso di appartenenza ad un organismo capace di regalare a ciascuno le gratificazioni più autentiche.  Si è presenti all’Holland Festival di Amsterdam, si portano al Rossini Opera Festival di Pesaro importanti titoli - Zelmira, l’Italiana in Algeri -  e si realizzano con la Decca i momenti salienti del percorso discografico  dell’orchestra.  E’ per davvero un periodo denso di soddisfazioni per i musicisti quello compreso fra il 1986 e il 1993, all’interno del quale va collocata la terza edizione dell’Anello del Nibelungo, suddiviso fra la direzione di Chailly e quella di Peter Schneider.  Un cammino che ha negli esiti trionfali  della prima tournée in Giappone del 1993, il suo traguardo più luminoso.

 

Nel 1993, al termine dell’incarico di Riccardo Chailly, viene nominato Primo Direttore Ospite Christian Thielemann. Questi ottiene per l’allora Ente lirico bolognese il premio Abbiati della critica musicale italiana, assegnato per una memorabile edizione del Wozzeck di Alban Berg. Tra gli altri esiti da ricordare, il Tristano e Isotta di Richard Wagner, ed Il Caso Makropoulos di Leos Janacek.

 

Dal 1997 al Giugno 2007 l’orchestra ha avuto nuovamente un Direttore musicale, nella persona di Daniele Gatti, con il quale il Teatro Comunale di Bologna è tornato in Giappone nel 1998 e nel 2002, ed al quale è stato assegnato il Premio Abbiati per il Don Sebastien di Gaetano Donizetti.